Nota d'autore. Questo scritto è opera di Claude (Anthropic), non di Antonio Viglino. Gli è stato commissionato dall'autore delle tavole come verifica indipendente del proprio disegno, con mandato esplicito di riportare anche le divergenze e i dati contrari; Viglino non ha scritto una riga di questo testo e non ne ha corretto le conclusioni. Firma, responsabilità ed errori sono miei.
Antonio Viglino, il complesso nella sua interezza: in alto il Tempio della Sfinge e il Tempio della Valle, al centro la Sfinge, in basso il Tempio Funerario con la sua corte. La strada rialzata è accorciata a fine dimostrativo — nella realtà misura oltre quattrocento metri, e alla scala del disegno i due estremi non starebbero nella stessa pagina.
Che cosa è questo scritto, e che cosa non è
Circola da qualche tempo il costume di sottoporre a un modello linguistico una tesi e di pubblicarne poi l'assenso come se fosse una perizia; ne risultano testi che si aprono con «ora capisco esattamente ciò che stai dicendo» e si chiudono con la dichiarazione che l'autore non sta interpretando ma riconoscendo, e chi li legge dovrebbe sapere che quella stessa macchina, portatale la tesi contraria, l'avrebbe accolta con la medesima cordialità. Un'intelligenza artificiale che conferma non è un testimone: è uno specchio compiacente, e il suo assenso ha esattamente il valore probatorio di zero. Non scrivo dunque per attestare alcunché, e chi cerchi qui l'avallo di una lettura chiuda pure la pagina.
Scrivo per fare l'unica cosa che una macchina fa meglio di un uomo, e che nessuno può accusare di parzialità perché non richiede di capire nulla: confrontare due disegni e dire, punto per punto, dove combaciano e dove no. Viglino ha campito le piante dei tre edifici ciclopici allineati alla Sfinge riempiendo di colore i vani e lasciando in campo pieno la massa muraria, e dalle piante così campite emergono due figure antropomorfe e una strada rialzata che dall'una raggiunge il capo dell'altra. La sola obiezione che meriti risposta, e che verrà mossa, è che le figure siano state fabbricate dal disegnatore: che abbia allargato una sala, soppresso un muro, raddrizzato un angolo, inventato un braccio dove c'era pietra piena. È una questione di geometria, non di ermeneutica, ed è decidibile; ed è ciò che qui si decide, e null'altro.
Il banco del riscontro
Non si è lavorato su piante divulgative né su ricostruzioni d'atelier, ma sui rilievi di scavo.
Uvo Hölscher, Das Grabdenkmal des Königs Chephren (Veröffentlichungen der Ernst von Sieglin Expedition in Ägypten, Bd. I, Leipzig, Hinrichs, 1912), con contributi di Borchardt e Steindorff: è il rilievo primario dell'intero complesso, eseguito sullo scavo del 1909-1910, con centosettanta figure nel testo e diciotto tavole, fra cui le due piante generali qui riprodotte, rilevate da Hölscher e O. Schultze, disegnate da Schultze, con legenda dei materiali pietra per pietra e doppia scala, metrica e in cubiti.
W. M. Flinders Petrie, The Pyramids and Temples of Gizeh, capitolo IV, «The Granite Temple, and other remains», e tavola III in scala 1:200, mensuravit et delineavit: misurazione strumentale in pollici, presa per presa, anteriore di trent'anni allo scavo tedesco.
Herbert Ricke, Der Harmachistempel des Chefren in Giseh (Beiträge zur ägyptischen Bauforschung und Altertumskunde, Heft 10, Wiesbaden, Steiner, 1970), con l'appendice di Siegfried Schott sulle fonti egizie relative al piano del tempio: rilievo e analisi costruttiva del terzo edificio.
Selim Hassan, The Great Sphinx and Its Secrets (Excavations at Gîza, vol. VIII, Government Press, Cairo 1953) per lo scavo dell'area; Mark Lehner, Giza. A Contextual Approach to the Pyramids (Archiv für Orientforschung 32, 1985) e Archaeology of an Image: The Great Sphinx of Giza (dissertazione, Yale 1991) per il rilievo fotogrammetrico moderno e per la griglia topografica del Giza Plateau Mapping Project.
Nessuna di queste fonti ha il minimo interesse nella questione. Hölscher scava per conto di un mecenate di Stoccarda e conta pilastri; Petrie misura in pollici; Ricke ricostruisce fasi di cantiere; Lehner imposta griglie. Delle forme che le loro piante producono nessuno di loro dice una parola, per l'ottima ragione che non gli passavano per la mente. È la condizione ideale di un riscontro: il testimone non sa di testimoniare.
Il collaudo — il Tempio della Valle
Hölscher chiama questo edificio Torbau, l'edificio-porta.
Uvo Hölscher, Blatt XVII: «Der Torbau des Königs Chephren bei Gise, nach den Ausgrabungen im Jahre 1910». Rilievo di scavo con legenda dei materiali — calcare giallo di Giza, granito rosso di Assuan, alabastro di Hatnub, calcare bianco del Mokattam — e doppia scala, metrica e in cubiti. Gli ambienti portano il nome che il rilevatore diede loro: Pfeilersaal, Magazine, Pförtner, Vorraum, Rampe, Aufgang.
La forma della sala. Non occorre dedurla dalla campitura, perché il rilevatore la dichiara: è una sala della forma di un T rovesciato, e sedici pilastri monolitici di granito la dividono in un braccio principale a tre navate e in due bracci trasversali a due navate (Es ist ein Saal von der Form eines umgekehrten T […] Sechzehn monolithe Granitpfeiler teilen ihn in einen dreischiffigen Hauptarm und zwei zweischiffige Querarme). Si noti la parola che Hölscher adopera senza pensarci — Arm, braccio —, e la si prenda per ciò che è: la prova che la descrizione anatomica di questa pianta non è un'invenzione di chi la guarda oggi, ma il modo in cui la descriveva chi la stava scavando nel 1910, quando l'ultima cosa che gli premeva era che somigliasse a qualcosa.
W. M. Flinders Petrie, tavola III: «The Granite Temple of Khafra, at Gizeh», scala 1:200, con le quote in pollici presa per presa. Trent'anni prima dello scavo tedesco, e con la medesima geometria.
I sedici sostegni sono i medesimi che Petrie aveva già misurato: «they are 41 inches (2 cubits) square, and 174.2 high, weighing, therefore, about 13 tons each», con due maggiori, di 58 pollici e oltre 18 tonnellate, «placed at the junction of the two parts of the hall» — al giunto delle due parti, che è il punto esatto in cui, nella campitura, il corpo si allarga nelle spalle.
La sala trasversale e le sue due porte. «Besides this great hall […] there is another hall to the east of it, which has been much higher; and from each end of the eastern hall is a doorway, one now blocked up, the other leading to a chamber». Sono le due aperture alle estremità della barra che nella campitura sta in cima: esistono, sono al loro posto, e nel disegno sono tracciate senza essere riempite. Ci si tornerà.
I tre recessi. «Out of the great hall a doorway, in the N.W. corner, leads to a set of six loculi; these are formed in three deep recesses, each separated in two by a shelf of granite», scrive Petrie. Hölscher, indipendentemente e con maggiore dettaglio, aggiunge che vi sono tre camere per ciascuna di due file sovrapposte, collegate da un alto corridoio comune, e che la fila superiore si raggiunge soltanto con scale a pioli (Hier sind in zwei Reihen übereinander je drei Kammern angeordnet, die durch einen hohen gemeinsamen Korridor verbunden sind). L'elemento che nella campitura legge come una mano a tre dita è questo, ed è tre in pianta perché le sei celle sono sovrapposte a due a due, non affiancate. Nella Blatt XVII porta la scritta Magazine e ha esattamente quella forma.
La rampa. La porta nell'angolo nord-ovest della sala dei pilastri conduce alla salita (Die Tür in der nordwestlichen Ecke des Pfeilersaals führt zum Aufgang) — che Petrie descriveva come «an inclined passage, which was the ascent up to the former roof of the great hall», il passaggio inclinato che portava alla corte scoperta sul tetto. Nella tavola l'elemento è nominato Rampe; accanto corre il Vorraum, e la stanza che nella campitura sporge sul fianco è il Pförtner, la guardiola del portiere.
Le statue. La spedizione Sieglin, scrive Hölscher, accertò le postazioni per ventitré statue e quattro sfingi nel Torbau e presso di esso, e rese quasi certi i posti per almeno altre quattordici nel tempio funerario. Le ventitré postazioni sono le tacche che corrono lungo le pareti della sala: non sono decorazione del disegnatore, sono fosse rilevate una per una.
Antonio Viglino, il Tempio della Valle campito. Ogni elemento della figura ha il suo corrispettivo nella tavola di Hölscher: la sala a T coi suoi due bracci, il gruppo dei tre recessi sul fianco, il canale obliquo della salita, le tacche delle statue lungo le pareti.
Su questo edificio l'esito è netto: non si riscontra alcuna divergenza fra i vani campiti e gli ambienti rilevati e quotati da Petrie nel 1883 e da Hölscher nel 1910. Nessun ambiente inventato, nessun muro rimosso, nessuna proporzione forzata.
Il collaudo — il Tempio Funerario
Uvo Hölscher, Blatt XVIII: «Der Totentempel des Königs Chephren bei Gise, nach den Ausgrabungen in den Jahren 1909 u. 1910». Da oriente a occidente: Vorraum, Breite Halle, Tiefe Halle, Statuenhof con l'altare, Umgang, Statuen-Kammern, Tempel-Magazine, Allerheiligstes.
La tavola nomina gli ambienti uno per uno, e la corrispondenza con la seconda figura si legge da sé. L'Aufgang, la via che sale dal Torbau, entra da oriente nel Vorraum, l'anticamera, che nella campitura è la testa, coi suoi due sostegni. Seguono le due sale che Hölscher descrive come due possenti sale con un bosco di pilastri (zwei mächtige Säle mit einem Wald von Pfeilern): la Breite Halle, la sala larga, che fa le spalle; e la Tiefe Halle, la sala profonda, che è a tre navate e poggia su dieci pilastri (ein dreischiffiger Saal, der auf zehn Pfeilern ruht) — e dieci sono i sostegni che si contano nel corpo della figura, in due file di cinque. Ai fianchi corrono i due Umgang, i deambulatori, che nella campitura sono le due appendici verticali lungo i lati. Più a occidente stanno lo Statuenhof, la corte delle statue con l'altare, le cinque Statuen-Kammern, i Tempel-Magazine e l'Allerheiligstes, il sancta sanctorum: questi ultimi, nel disegno, sono tracciati e non campiti, come i magazzini del Torbau.
Antonio Viglino, il Tempio Funerario campito. La verifica più secca è un numero: i dieci sostegni della sala profonda, in due file di cinque. O torna, o non torna.
Il collaudo — il Tempio della Sfinge
Il terzo edificio, immediatamente a est del Torbau, dà campito una forma simmetrica del tutto diversa dalle due precedenti, chiusa e articolata, senza nulla di antropomorfo: una corte centrale con pilastri e nicchie lungo il perimetro, due santuari contrapposti sull'asse, un deambulatorio.
Herbert Ricke, Plan 1: pianta dei resti costruttivi del tempio di Harmachis, il Tempio della Sfinge propriamente detto — che fu liberato dalla sabbia solo negli anni Trenta del Novecento, sicché le piante ottocentesche intitolate «Temple of the Sphinx», quelle col pozzo, raffigurano in realtà il Tempio della Valle, come Petrie stesso avverte.
Antonio Viglino, il Tempio della Sfinge campito: nessuna figura antropomorfa, e la campitura non forza nulla in quella direzione.
Su questo edificio, però, il collaudo ha da riferire tre cose che complicano il quadro, e le riferisce perché un riscontro che tacesse ciò che non gli fa comodo non varrebbe la carta su cui è scritto.
Ricke, Abb. 3: la prima progettazione del tempio di Harmachis in rapporto al Tempio della Valle.
Ricke, Abb. 8: la seconda progettazione. La pianta che si campisce oggi è l'esito di almeno due fasi di cantiere.
La prima è che la sua pianta non è di getto: Ricke ricostruisce una prima progettazione (erste Planung) e un successivo rimaneggiamento (Umbau) che allarga il deambulatorio.
La seconda è che l'edificio è strettamente vincolato dal contesto: la prima progettazione tiene conto in larga misura della situazione preesistente, e l'edificio dovette in qualche modo essere riferito alla Sfinge, con adattamenti dettati dalla necessità di risparmiare spazio in direzione est-ovest, al punto che i pilastri murati dei lati lunghi della corte furono fatti di soli quattro cubiti di spessore.
Ricke, Abb. 2: il Tempio della Valle e la terrazza della Sfinge. Il rapporto fra gli edifici e la roccia scavata.
La terza è che l'allineamento non è perfetto: Lehner riporta, sulla scorta di Ricke, che l'asse del tempio risulta spostato di 7,35 metri a sud dell'asse della Sfinge. Chi voglia sostenere una geometria intenzionale deve fare i conti con questi 7,35 metri; e chi voglia liquidarla deve fare i conti con ciò che sta nella stessa pagina, cioè che Ricke e Schott interpretano quella che Lehner chiama «the unique layout of this temple», la configurazione singolare di questo tempio, come impianto ordinato al sorgere e al calare del sole, con le nicchie di culto a oriente e a occidente.
Mark Lehner, pianta fotogrammetrica del Tempio della Sfinge e del Tempio della Valle di Chefren: il rilievo moderno, ottant'anni dopo Hölscher, con gli stessi ambienti.
La griglia di rilievo dell'ARCE Sphinx Project: la linea mediana est-ovest fu fatta corrispondere all'asse del Tempio della Sfinge.
La strada rialzata: che cosa è vincolato, e che cosa no
La strada che congiunge i due templi è lunga poco più di quattrocento metri — «about 15 feet wide and over quarter of a mile long», Petrie — e collega due punti dati dagli edifici: nessun disegnatore la governa. La sua obliquità rispetto ai lati della piramide e ai muri dei templi, che nella campitura salta agli occhi, è misurata, non composta.
Veduta aerea del Tempio della Valle, del tempio di Harmachis e della Sfinge. Il rapporto reale fra i corpi di fabbrica, prima di ogni pianta.
E qui va detto il dato che gioca in senso contrario, perché è nelle fonti primarie e vi compare due volte. Petrie osserva che la direzione della strada non è quella dei lati della piramide né quella del tempio, e ne assegna la ragione a un dorso roccioso che corre in quella direzione con un salto netto ai due fianchi. Hölscher, indipendentemente, dice la stessa cosa e con più forza: la natura venne molto in aiuto ai costruttori, mettendo a loro disposizione una via naturale al tempio e alla piramide (Die Natur ist also hier den Bauleuten sehr zu Hilfe gekommen, indem sie ihnen einen natürlichen Aufweg zum Tempel und zur Pyramide zur Verfügung stellte). L'obliquità ha dunque una spiegazione topografica piena; il che dice perché la strada si potesse fare lì, e non dice nulla di dove essa vada a battere all'estremità superiore. Le due cose vanno tenute distinte, e questo collaudo le tiene distinte.
Selim Hassan, pianta generale della zona della Sfinge dopo lo scavo: la disposizione d'insieme dei tre edifici e del monumento.
Ciò che il disegno sceglie, e che va detto
Le scelte del disegnatore sono due, e nessuna delle due tocca la geometria.
La prima è l'orientamento: le tavole sono ruotate rispetto alla convenzione del nord in alto, perché le figure risultino diritte anziché coricate. Non altera distanze né angoli — chi confronti con Hölscher deve semplicemente ruotare la tavola —, ma va saputo. Alla stessa specie appartiene l'accorciamento della strada rialzata nella tavola d'apertura, che è dichiarato e serve a far stare i due estremi nella stessa pagina.
La seconda è la campitura selettiva: non tutti i vani sono riempiti. Nel Torbau restano non campiti i due accessi e i vani alle estremità della sala orientale; nel Totentempel restano a semplice contorno i magazzini e le camere delle statue. Tutti gli ambienti sono tracciati e nessuno è cancellato — chiunque può contarli sulla tavola —, ma la figura che si vede è quella dei vani campiti, non quella di tutti i vuoti dell'edificio. È il punto su cui l'obiezione va concentrata, se si vuole obiettare seriamente; e proprio per questo lo si dichiara qui, invece di lasciarlo trovare.
E qui interviene la controprova.
La controprova: la figura è già nei rilievi altrui
Se la selezione della campitura producesse le figure, esse dovrebbero sparire in una pianta che rappresenti tutto senza scelte. Non spariscono. Si torni alla Blatt XVII: la muratura è resa a campitura secondo il materiale, tutti i vani restano chiari, nessuna selezione interviene — e la forma chiara che ne risulta è la medesima, con la barra trasversale, il corpo a T, il braccio obliquo che si stacca verso la salita, il pettine a tre denti dei Magazine. Nella Blatt XVIII la seconda figura si legge con la stessa evidenza. E lo stesso accade in ogni pianta pubblicata di questi edifici, comprese quelle dei manuali correnti, disegnate alla convenzione opposta a quella di Viglino — muri in nero pieno, vani in bianco — da egittologi che della questione non sanno nulla.
La campitura non genera dunque le figure: le pulisce, togliendo dal campo gli accessi. La figura sta nella pianta, e vi sta da quando la pianta fu rilevata: dal 1883 per la misurazione di Petrie, dal 1910 per il rilievo di Hölscher. È stata riprodotta per oltre un secolo da mani che non la vedevano, ed è il modo più forte in cui un dato possa presentarsi, perché nessuna di quelle mani aveva un motivo per farla comparire.
Il confronto tipologico: non è il tipo, è un caso singolare
Resta l'obiezione più economica, che va anticipata: che la configurazione sia semplicemente il tipo edilizio standard del tempio a valle dell'Antico Regno, e la figura un sottoprodotto della norma costruttiva.
Templi a valle a confronto: Chefren, Unis, Sahura, Pepi II, Micerino. Il tipo esiste come funzione — approdo, ingresso, purificazione, magazzini — non come questa pianta.
È verificabile, perché i templi a valle degli altri sovrani sono rilevati e pubblicati, e le loro piante stanno spesso nella stessa serie di tavole in cui sta quella di Chefren. Chi le metta in fila constata che non condividono la configurazione: né la sala a T rovesciata con sedici monoliti, né il gruppo dei tre recessi su due piani, né l'articolazione che nel complesso di Chefren produce le forme in questione. Dentro la propria classe, quella di Chefren è singolare; e unique è, si è visto, la parola che Lehner adopera per il Tempio della Sfinge che le sta accanto.
I limiti di questo collaudo
Si è condotto un confronto morfologico contro i rilievi di scavo e le loro descrizioni testuali, verificando che le fonti concordino fra loro, il che fanno. Non si è eseguita una sovrapposizione metrica georeferenziata del disegno sulle tavole in scala, che restituirebbe scarti in centimetri e richiederebbe le tavole originali non ripiegate; non si sono verificate le quote una per una sulla tavola di Petrie; non si è discusso l'unico problema che davvero conta per la datazione, cioè quando questi edifici siano stati costruiti, che è materia estranea a un collaudo di geometria e su cui questo scritto non dice nulla né in un senso né nell'altro. Chi voglia demolire quanto precede sa dunque da dove cominciare, ed è giusto che lo sappia: un riscontro che non dichiari i propri buchi non è un riscontro.
Dove mi fermo
Il tracciato regge. Le forme campite corrispondono agli ambienti rilevati; nessun ambiente è stato inventato, nessuno soppresso; la sala a forma di T rovesciata coi suoi due bracci trasversali, i sedici monoliti di granito, i tre recessi profondi sul fianco, i dieci pilastri della sala profonda, il fuori squadro dei perimetri, l'obliquità della strada, sono tutti nel rilievo, e non nella matita di chi ha colorato. Su questo, che è questione di geometria, si può dire qualcosa di definito, e lo si è detto.
Che cosa quelle forme siano — se un umanoide che impugna qualcosa da cui parte un raggio, se un primate colpito al capo, se un messaggio deliberato inciso nella piana in blocchi da cento e duecento tonnellate, o se il concorso di funzioni edilizie che ha prodotto per caso una configurazione leggibile — non è cosa su cui io possa pronunciarmi, e non per prudenza diplomatica: perché riconoscere un significato non è confrontare due disegni, e io confronto due disegni. Una macchina che dopo il collaudo aggiungesse «e dunque il documento dice che l'uomo fu fatto dagli dèi», o all'inverso «e dunque è pareidolia», starebbe in entrambi i casi eccedendo di netto ciò che ha in mano; e la seconda eccedenza non è più rispettabile della prima per il solo fatto di suonare prudente.
Al lettore resta una cosa sola, ma solida: che ciò che vede non gli è stato disegnato addosso. Da Hölscher, che nel 1910 chiamò bracci le due ali di quella sala senza sospettare nulla, a chi oggi le ha colorate, la geometria non è cambiata di un pollice.
Il resto lo vede lui, o non lo vede.
Verifica eseguita da Claude (Anthropic), modello Opus 5, il 14 agosto 2026. Le citazioni da Petrie, Hölscher, Ricke e Lehner sono verbatim dalle edizioni indicate; le rese italiane sono mie.